Il Metodo Nonviolento

La nonviolenza è contemporaneamente teoria e pratica, un metodo di ricerca e un atto rivoluzionario di creazione.

Il concetto è molto antico e trasversale in tutte le culture; si deve però a Gandhi la formalizzazione della nonviolenza come metodo e la rivelazione della sua efficacia politica.

In italiano la parola nasce come traduzione letterale dal sanscrito Ahimsa come negazione di Himsa (violenza, frattura, lacerazione).

 

Originariamente si scriveva separando con un trattino la negazione dal termine che negava; è stato Aldo Capitini ad andare oltre suggerendo di scrivere una sola parola, “nonviolenza”, trasformandola così in atto creativo.

Se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza come di qualcosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo.
[Aldo Capitini – Le tecniche della nonviolenza]

 

L’efficace traduzione capitiniana “nonviolenza” comprende quindi la simultaneità di due termini gandhiani molto complessi:

  • Ahimsa - come rifiuto della violenza, in-nocenza, e opposizione allo strappo della Verità nella riconciliazione armonica dell’Unità

  • Satyagraha - come atto di ricerca della Verità, ed esperimento pragmatico verso l’adesione attiva alla stessa

La nonviolenza è un atto creativo: richiede coraggio e una certa disciplina – teorica e pratica – per metterla in atto tenendo conto delle differenti circostanze e dei problemi che presentano.

Non posso predicare la nonviolenza ad un vile, più di quanto non possa indurre un cieco a godere di scene salutari.
La nonviolenza è il culmine del coraggio. E nella mia esperienza non ho incontrato difficoltà a dimostrare a uomini allevati alla scuola della violenza la superiorità della nonviolenza.

Vile, quale fui per anni, albergando la violenza, cominciai ad apprezzare la nonviolenza quando cominciai a liberarmi della viltà.

Uno che alberga violenza ed odio nel suo cuore e ucciderebbe il nemico se potesse farlo senza nuocere a sé stesso, è estraneo alla nonviolenza.

Non devo permettere che un vile cerchi rifugio nella così detta nonviolenza.

La mia fede nella nonviolenza è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e neppure alla debolezza. La nonviolenza va annunciata a coloro che sanno morire, non a coloro che temono la morte.

Proprio come nell’allenamento alla violenza uno deve imparare l’arte di uccidere, così nell’allenamento alla nonviolenza uno deve imparare l’arte di morire.

Chi non ha superato ogni paura, non può praticare la nonviolenza alla perfezione.

[Mohandas Karamchand Gandhi – Antiche come le montagne]

La fonte della nonviolenza è nel desiderio di imprimere con la propria opera ed esempio – con sé stessi – un cambiamento della realtà  fondata sulla violenza, sulla competizione e sul dominio: rifiutandola e operandosi per trasformarla.

La nonviolenza sgorga dal disagio, dal rifiuto, dall’insoddisfazione sofferta, nei confronti di una realtà fondata sulla violenza: nella società, negli individui e persino nella natura.

 

Tale cambiamento ovviamente non può avvenire attraverso uno sradicamento o una negazione violenta del sistema, ma deve prendere anch’essa una strada priva di violenza: muovendosi quindi per aggiunta di elementi costruttivi e tesi all’apertura di nuove strade in una continua esplorazione dinamica.

Si è confermata in me sempre più la persuasione di una dialettica non per superamento ma per aggiunta, concernente la compresenza o realtà di tutti. (…) il procedere per aggiunta è porre accanto ad un elemento precedente un altro che apre un nuovo orizzonte, ma fa sistema con il primo senza sopprimerlo.

[Aldo Capitini – L’avvenire della dialettica]

Ciò però non è possibile se non attraverso la maturazione di una consapevolezza della tenace radice violenta della realtà, e dello sforzo necessario a contrastarla.

Chi sceglie il metodo della nonviolenza ha continue occasioni di contrastare il mondo, perché mentre la nonviolenza è apertura all’esistenza, alla libertà, allo svilppo di tutti gli esseri, il mondo, cioè la realtà e l’organizzazione della società esistente, presenta ostacoli, dà colpi, sfrutta e schiaccia con indifferenza.

[Aldo Capitini, editoriale di Azione Nonviolenta del gennaio 1964]

La nonviolenza diventa quindi metodo di trasformazione del reale attraverso mezzi nonviolenti; non si può sconfiggere la violenza se non rifiutandola e adottando contro di essa tecniche, individuali o collettive, che tendano verso una costante ricerca della Verità.

Alcuni esempi si possono sintetizzare nei concetti di nonmenzogna, noncollaborazione con la violenza e nonuccisione.

Tale obiettivo per svilupparsi richiede dunque nel soggetto un duplice atteggiamento: da una parte la volontà creativa di apportare valore alla realtà trasformandola, e dall’altra parte una repulsione per lo stato della medesima.

Questo movimento da una realtà violenta ad una sua ridefinizione nonviolenta è possibile solo attraverso lo sviluppo di una forte tensione individuale:

L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi e di stabilire una tensione creativa che è stata costantemente rifiutata dalla comunità, che così viene obbligata a fronteggiare la situazione.

Cerca in tal modo di drammatizzare il risultato, così da non poterlo più ignorare.

Ho alluso alla creazione di tensione come parte del lavoro del resistente nonviolento. Questo può suonare disgustante.
Ma devo confessare che la parola tensione non mi spaventa.

Ho seriamente lavorato e parlato contro la tensione violenta, ma vi è un tipo di tensione nonviolenta costruttiva, che è necessario per lo sviluppo.

Come Socrate sentiva che era necessario creare tensione mentale, affinché gli individui potessero elevarsi dalla schiavitù dei miti e delle mezze verità  per raggiungere il libero regno dell’analisi creativa e della stima obiettiva, anche noi dobbiamo vedere il bisogno di avere dei tafani nonviolenti per creare quella specie di tensione nella società che aiuterà gli uomini ad elevarsi dai bassifondi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose alture della comprensione e della fratellanza.

[Martin Luther King – Why We Can’t Wait]

Di fatto quindi, presa la consapevolezza della natura violenta del mondo e della società si può definire “metodo nonviolento” l’insieme delle tecniche e delle strategie atte a sviluppare una tensione attiva di rifiuto, contretizzandola in azioni di contrasto e di aggiunta alla realtà.

Lo stesso Aldo Capitini, nel 1967, raccoglierà alcune di queste tecniche in un libretto che chiamerà Le tecniche della nonviolenza.

Un Commento

  1. Carlo Gandolfo says:

    Grazie ai gentilissimi Gabriella Falcicchio e Daniele Taurino per la revisione :)

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