Venerdì 2 ottobre 2026, 19:00-21:00
Migrazione: Criminalizzare il soccorso, normalizzare la detenzione. Pratiche nonviolente di resistenza sulla rotta del Mediterraneo.
Il Mediterraneo è diventato uno spazio dove si sperimenta e si consolida un modello di governo fondato sulla paura e sull’esclusione. Le politiche migratorie degli ultimi anni, dall’esternalizzazione delle frontiere alla detenzione amministrativa, dalla criminalizzazione delle ONG di soccorso alla repressione delle reti solidali, anticipano logiche autoritarie che investono l’intera società.
Salvare vite in mare è diventato un atto perseguibile. Le organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo subiscono sanzioni amministrative ripetute, fermi delle navi e obblighi di approdo in porti lontani, in un sistema che punta a scoraggiare il soccorso e a renderlo economicamente insostenibile per le ONG. Quando i tribunali annullano queste sanzioni seguendo il buon senso del diritto italiano ed europeo, il meccanismo di deterrenza governativo si rimette in moto: l’obiettivo non è la condanna, ma il logoramento.
Parallelamente all’ostruzione dei soccorsi in mare, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), nei quali troviamo persone migranti in attesa di rimpatrio, restano luoghi di detenzione in cui avvengono privazioni di libertà personale per ragioni amministrative e non penali. Sono forme di oppressione che la nostra Costituzione, nella sua ispirazione antifascista, avrebbe dovuto rendere impensabile. Dentro questi muri e zone d’ombra si documentano violazioni sistematiche della salute, della dignità e dei diritti fondamentali, in un regime di invisibilità che la società civile fatica a penetrare a causa di limitazioni sui permessi concessi.
Il nuovo decreto sicurezza del 2025, definito anche “decreto anti-Gandhi”, oltre a vietare sim card per chi non ha permesso di soggiorno rendendo impossibile ai migranti comunicare tra loro o con i propri cari, aggiunge un ulteriore tassello securitario che scoraggia con pene fino a 20 anni le proteste interne a questi centri, resistenza passiva compresa. Sul territorio nazionale lo stesso decreto colpisce anche azioni di chi, attraverso forme di resistenza civile e nonviolenta, esprime sdegno, evidenziando un disegno che stringe simultaneamente la morsa su chi migra e su chi solidarizza.
Il panel interroga questo intreccio tra repressione della mobilità umana e restringimento dello spazio civico, chiedendo: quali azioni di disobbedienza civile nonviolenta possono contrastare politiche di repressione e criminalizzazione delle persone migranti e delle realtà solidali? Interverranno operatori del settore, ONG e testimoni diretti.
